header_blog.png

SELFmadeCURATOR

Lino Strangis alla Quadriennale di ROMA

D’avanti al Palazzo delle Esposizioni nel giorno dell’inaugurazione della Quadriennale di Roma (18 giugno ore 18:00-20:00) si svolgerà la mostra/performance di Lino Strangis dall’ironico titolo Self made Curator in cui la curatrice dell’evento diviene performer oltre che opera dell’artista: Veronica D’Auria, firmata in fronte da Strangis, girerà per qualche ora d’avanti al Palaexpo spingendo una carriola da muratore in cui all’interno sarà fruibile ai passanti una nuova versione del video dell’artista Sky-Noise… Armonie del Caos protagonista del work in progress itinerante per gli esercizi commerciali della capitale Video Art Mini Store. Il ruolo della D’Auria sarà quello di mostrare l’opera e presentarla al maggior numero di persone possibile intercettate per strada aprendosi ed esponendosi ad ogni possibile reazione. Ai bordi la carriola presenterà due frasi/insegna, una con il titolo dell’evento e l’altra con il provocatorio testo “Autonomo Salone Mobile”. Oltre che l’occasione di mostrare l’installazione video, la quale si propone come simbolo di tutto l’altro rimasto fuori dalla grande rassegna, l’evento sviluppa diverse stratificazioni di senso nella sua fase prettamente performativa: in primo luogo si assiste ad un interessante capovolgimento dei ruoli tra artista e curatore che è vero e proprio operaio (ecco perché la carriola) dell’artista, che lavora al servizio dell’artista … “Ho sempre pensato che il curatore, come simbolo delle istituzioni, in quanto persona accreditata a monitorare, selezionare e diffondere gli sviluppi dell’arte debba ritornare al ruolo di lavorante e militante, sporcarsi le mani, sudare per gli artisti nei confronti dei quali non deve porsi in posizione di superiorità, bensì essendo orgoglioso di esserne un umile interprete, un assistente, un aiutante.” Da queste posizioni nasce l’idea di mandare una giovane curatrice free-lance con uno strumento di lavoro come la carriola (trasformata per l’occasione in mini spazio espositivo mobile ed autonomo) tramite la quale diffonde l’arte “a mano” d’avanti alla sede di una grande mostra istituzionale. “Non si tratta di una mera azione pubblicitaria né di una contestazione fine a se stessa, ho pensato bensì di realizzare questa mostra mobile/performance in primo luogo perché chi va a visitare la Quadriennale tenga bene a mente che ciò che si fruisce in questo contesto non è e non potrebbe essere la summa della produzione artistica dell’ultimo periodo, che c’è sempre qualcosa di rimasto fuori, escluso perché non colto, non registrato, non ancora digerito, ma che spesso è proprio nel non digerito che risiedono alcuni degli impulsi più vitali”. Strangis pensa, pur senza contestarne l’esistenza ma proponendone una sostanziale riforma, che vi sia sempre un ritardo, uno scarto, una distanza insopportabile tra questo genere di eventi e i reali sviluppi dell’arte e ritiene quindi che, non essendo comunque possibile (perfino se si volesse) colmare interamente e puntualmente questo scarto, sia necessario porre in evidenza la perpetua e imprescindibile possibilità di questo genere di esposizioni di essere altro, esporre altre opere, dare spazio ad altri artisti, altre tendenze, concetti, poetiche, attitudini.

ilCURATORE:attivista,SUPERSTARoMEDIATORE?

articolo di Pierluigi Sacco per FlashART

PIERLUIGI SACCO: docente di Economia dell’arte allo IUAV di Venezia; ANGELA VETTESE: Direttore Artistico della Galleria Civica di Modena; MASSIMILIANO GIONI: Direttore Artistico della Fondazione Trussardi di Milano e curatore al New Museum di New York; OKWUI ENWEZOR: preside del San Francisco Art Institute; CARLOS BASUALDO: curatore al Philadelphia Museum of Art; MICHELANGELO PISTOLETTO: artista e Direttore di Cittadellarte-Fondazione Pistoletto.

LO SCORSO 6 OTTOBRE, si è tenuto a Faenza l’evento di apertura del primo Festival dell’arte contemporanea “Futuro presente / Present Continuous”, la cui parte principale avrà luogo nel maggio di quest’anno, proponendosi come il primo forum globale di discussione sui problemi e sulle prospettive dell’arte contemporanea. Nel corso della giornata di apertura si è tenuto un dibattito sul senso e sul ruolo attuale della figura del curatore, che ha coinvolto, oltre a chi scrive, gli altri due componenti del comitato scientifico del Festival, Carlos Basualdo e Angela Vettese, oltre a Okwui Enwezor, Massimiliano Gioni e Michelangelo Pistoletto. Francesco Bonami, in collegamento da

Chicago, non ha potuto partecipare attivamente per problemi tecnici. Riportiamo qui alcuni dei momenti salienti della discussione, che ha sollevato questioni di grande attualità.

Pierluigi Sacco: Durante la tavola rotonda ci interrogheremo sul tema del curatore e, in particolare, sul ruolo che questa figura sta assumendo all’interno del contesto internazionale dell’arte contemporanea. Si tratta di un ruolo sempre più visibile, sempre più importante, per molti versi decisivo. Allo stesso tempo però è anche un ruolo

che è cambiato nel tempo, assumendo una visibilità spesso paragonabile o addirittura superiore a quella dell’artista. Siete d’accordo?

Angela Vettese: Intanto partiamo dalle esperienze pratiche di ognuno di noi all’interno di un presente che è connotato da una grande mancata quadratura del cerchio: il problema della relazione con il pubblico. Un pubblico che spesso non ha dimestichezza

con l’opera, anche se ama cercare una relazione con essa. E poi c’è anche il problema del rapporto con l’opera da parte di chi se ne occupa professionalmente: i curatori. Ovviamente il rapporto con essa, come spesso dicono gli artisti, è qualcosa di

estremamente libero. Una volta che un artista ha messo un’opera al mondo e la lascia seguire il suo percorso, le interpretazioni cui essa è soggetta si susseguono, salvo poi arrabbiarsi con chi, nel gioco interpretativo, tocca tasti sbagliati o va fuori binario.

Abbiamo visto mostre tematiche giocate molto sulla figura e sulle idee di un curatore, in cui le opere sono trattate più come parole di una frase che come veri e propri testi da rispettare integralmente. Ci sono diversi livelli di comunicazione: ciò che l’opera comunica a tutti, ciò che l’opera comunica a un curatore, ciò che un curatore comunica attraverso un’opera, ciò che una mostra comunica attraverso le sue diverse opere messe in relazione l’una con l’altra. C’è anche un problema di comunicazione tra opera e opera. Questa molteplicità di livelli è il punto su cui non si finisce mai di discutere, su

cui i curatori continuano a interrogarsi, e direi che ogni successivo problema nasce proprio da queste dinamiche di relazioni tra testi e lettori dei testi. E quando dico testi intendo la mostra, l’opera o addirittura il libro sull’arte; e quando dico lettore intendo lo specialista o il non specialista, o una sorta di pubblico che non è reale ma è solo

pensato da chi, come noi, cerca di proporre qualcosa a quel pubblico.

Massimiliano Gioni: Una cosa a cui ho pensato mentre parlavi, Angela, e che è un aspetto che ultimamente mi interessa e mi intriga molto è che mentre prima l’arte contemporanea era l’incomprensibile per antonomasia, ciò che il pubblico non

capisce — e in virtù di questa ignoranza ne è alienato — ora c’è quasi un ribaltamento di 180 gradi: il pubblico sembra quasi amare l’arte contemporanea proprio perché non la capisce. L’arte contemporanea sta cioè diventando sempre più cugina dell’entertainment, proprio perché non trasmette un messaggio dominante e può quindi essere trasformata, modellata allo scopo di intrattenere. È una questione molto delicata, perché da una parte assistiamo a un vero boom del pubblico dell’arte contemporanea, ma dall’altra è giusto chiedersi, senza snobismi: “A cosa stiamo partecipando tutti? Stiamo mettendo in scena una versione easy dell’arte, quasi svuotata del suo significato e quindi buona per tutte le occasioni?”. Ovviamente non ho

una risposta, ma in qualità di curatore di alcuni eventi a Milano che generano quasi sempre reazioni o di iconoclastia o di intrattenimento totale, sono domande che io stesso mi pongo. Quando Pawel Althamer espone alcuni suoi autoritratti in cui è

nudo, ad esempio sotto forma di pallone areostatico, mi chiedo cosa venga colto di quel percorso artistico, se solo l’aspetto di intrattenimento o anche la dimensione di riflessione più umanistica. Questo è uno dei temi che mi piacerebbe sollevare in questa discussione, soprattutto in relazione a ciò che dicevi tu, Angela. Un altro è questo: è vero che gli anni della decostruzione sono passati, ma è anche vero, come curatore, che certe volte mi viene una gran voglia che gli artisti si mettessero a leggere

Roland Barthes o Umberto Eco, perché se paradossalmente l’arte diventa sempre più aperta al grande pubblico, la mia esperienza mi dice che gli artisti sono sempre più convinti di essere gli unici detentori del significato dell’opera, del modo in cui

presentarla e del controllo di tutti i dettagli che circondano l’opera e che non sono strettamente collegati ad essa. Non so se questa è solo la mia esperienza, dovuta al fatto che lavoro da meno tempo di voi — per cui mi sembra un atteggiamento nuovo

da parte degli artisti — o se è sempre stato così. Però credo che sia interessante discuterne oggi: da una parte assistiamo a un’emigrazione del significato e dei contenuti in un’arena sempre più allargata di pubblico, e dall’altra incontro sempre di più, nella mia esperienza quotidiana, artisti che non solo vogliono che l’opera venga presentata in un certo modo, ma che desiderano magari anche che la tipografia del testo a parete utilizzi un certo font, di una certa dimensione, che il courtesy sia fatto in un certo modo e così via. Mi sembra cioè che il dominio e il controllo dell’opera da parte dell’artista tendano a espandersi sempre di più.

Angela Vettese: Trovo particolarmente interessante quest’idea dell’artista che preme sempre di più per avere il controllo dell’opera fino ad estremi quali l’avere l’ultima parola sulla grafica dell’invito che accompagna la mostra. Mi chiedo però se siano in ultima analisi atteggiamenti estremi o prese di consapevolezza del fatto che questi aspetti collaterali rischiano di generare ulteriori effetti collaterali molto importanti. In fondo sono queste le cose che rimangono in mano a chi visita la mostra: l’invito, il catalogo, e così via. Ovviamente questo è un problema che non si pone con gli artisti deceduti

ma con gli artisti vivi, e allora mi piacerebbe chiedere a Okwui Enwezor, che ha lavorato con tanti dei grandi artisti di questi anni, se anche per lui c’è stato questo tipo di esperienza. Penso soprattutto a Documenta XI, con tantissimi artisti da domare…

Okwui Enwezor: La domanda che mi poni Angela è molto interessante, anche se ritengo che la pratica curatoriale sia soggetta non solo al problema dell’equilibrio tra curatela e quest’astratta nozione di opera d’arte, ma anche a molte negoziazioni con le istituzioni, il contesto sociale e intellettuale, la tradizione, eccetera. Riguardo al mio lavoro di curatore e alla sua dimensione intellettuale, parto dal presupposto che il mio intervento non possa mai soppiantare il primato dell’idea dell’opera, dal momento che

l’opera è materia viva, in grado di fornire molti e complessi punti di vista, angolazioni e chiavi di lettura di cui il pubblico può fare esperienza. A questo proposito, la relazione migliore che riesco a concepire tra curatore e artista è quella del rispetto dell’opera e dei confini estetici che essa definisce, non tanto per i confini stessi ma per lo spazio di idee che questi sono in grado di generare al loro interno, anche grazie all’interazione

con il lavoro del curatore. Non ho mai, in fondo, considerato il mio lavoro come un modo

per facilitare l’interazione del pubblico con l’opera, ma più come un serrato dibattito tra me e l’opera. In questo senso, mi muovo in relazione con l’artista, nello spazio che si crea attorno all’opera, che si anima di idee, non solo grazie al modo in cui l’opera viene presentata, ma proprio grazie a questa relazione tra opera e curatore. Più che definire rapporti gerarchici tra artista e curatore, tenderei a considerare la pratica curatoriale come un modo per qualificare, modificare e tradurre l’incontro tra queste due realtà, che diviene fondamentale sia per il binomio opera-artista, sia per chi guarda l’opera.

L’esperienza dello spettatore poi è un altro punto fondamentale per chi cura una mostra.

Angela Vettese: Chiederei invece a Carlos Basualdo cosa significa lavorare in un museo, il Philadelphia Museum of Art, così centrato sulla presenza di un’opera inamovibile quale il Grande vetro di Marcel Duchamp, un’“operasegno” così forte da attrarre — immagino — molti, se non la maggior parte, dei visitatori del museo stesso.

Carlos Basualdo: L’altro giorno, durante una riunione per l’organizzazione della mostra di un artista defunto, il capo degli allestitori mi ha detto: “più l’artista si allontana dal pubblico e più il pubblico ha paura”. Non so però se le persone abbiano più paura quando si allontanano dall’artista o quando si allontanano dalle opere. Il fatto che l’artista non ci sia ci allontana dall’opera. Lavorare con gli artisti, per noi curatori, è magnifico perché ci immette nell’opera. E quando non ci sono il nostro lavoro

diventa molto più difficile. Se penso al Grande vetro esposto insieme ad altre opere di Duchamp in una sala del museo, certamente — per le persone che si interessano di arte moderna e contemporanea — quella è la stanza più visitata e io stesso ci sono

andato più volte. Per noi che lavoriamo nel museo quella stanza mette paura. Ma allo stesso tempo ci ispira. E mi accorgo che a volte cerchiamo, strategicamente

e metaforicamente, di dimenticarci che esista. A volte mi ritrovo a lavorare per mostre di

artisti attivi negli anni Cinquanta che non ci sono più. Quello che cerco di fare non è tanto dimenticarmi di loro, ma dimenticarmi del fatto che non ci sono. È un grande sforzo ma è l’unico modo possibile, perché la loro assenza ci impaurisce e rischia

di farci allontanare dall’opera.

Angela Vettese: Questo mi fa venire in mente un altro problema ancora più complicato: come fa un artista a dimenticarsi di se stesso? Questo è forse un

problema che Michelangelo Pistoletto deve affrontare. Come fa un artista a dimenticare la propria centralità, la propria storia di successo, una storia lunga che comincia negli anni Cinquanta? Come fa a mettere il proprio io da una parte pur dovendo continuare a usarlo come motore per costruire il suo percorso? Certo Michelangelo Pistoletto è un

caso unico in questo senso, poiché ha creato una sorta di azienda dell’arte, un luogo in cui la creatività viene diffusa il più possibile, in cui ai giovani viene consentito di lavorare autonomamente senza sentire il peso dell’artista, dell’esperienza dell’artista, ma avendo ben presente la figura del maestro. Questa seconda fase della sua vita in cui è sia artista che imprenditore deve essere una bella sfida.

Michelangelo Pistoletto: La risposta potrebbe essere molto semplice. Fin dall’inizio ho cercato la mia identità, non avendo nessuna idea di chi io fossi, di cosa ci stessi a fare al mondo. Osservavo cosa stava succedendo in arte, ma non avevo ancora

capito come poter contribuire a questo straordinario fenomeno, che non era molto facile da avvicinare negli anni Cinquanta. C’erano esperienze forti davanti a me, come l’Action Painting, che parlavano di se stesse, del proprio segno… Il segno individuale era diventato “assoluto”, un segno che la gente finisce per non capire, perché è individuale

appunto e così poco pubblico. Arrivare a capire il valore del segno individuale sarebbe una conquista per il pubblico e porterebbe a capire che c’è una possibilità di autocoscienza, di compressione intellettuale personale che può anche diventare un

mezzo utilizzato non solo dagli artisti ma da tutti.

Per quanto mi riguarda, ho voluto risolvere il problema non con il segno ma con la raffigurazione, e quindi mi sono dedicato all’autoritratto. Ed è attraverso l’autoritratto che ho cercato non più una soggettività che era quella che aveva caricato di forze il

segno personale, ma una oggettività. Volevo passare dal soggettivo all’oggettivo, dalla mia problematica individuale a una problematica condivisa o condivisibile. Ecco perché davanti allo specchio, vedendo che riportava la mia immagine in modo oggettivo, ho dovuto accettare la mia immagine riflessa come opera d’arte. A quel punto mi sono

trovato a fare un autoritratto che non era più solo l’autoritratto dell’artista ma l’autoritratto del mondo, perché insieme a me, nel mio lavoro, era entrata la società. E in quel momento ero diventato anche spettatore di me stesso, perché mi vedevo così come si vedeva ogni spettatore nel mio lavoro. Ecco perché sono diventato una persona

in mezzo a tante, un creatore in mezzo ai creatori. Creatori perché siamo in una società evoluta che a partire dal famoso morso della mela, quando l’uomo ha cominciato ad assumere la propria autonomia, ha reso possibile la creatività.

Ecco la radice della creatività, che ha portato poi a fenomeni straordinari come le religioni, le politiche, le filosofie e così via. Dunque la creatività è ciò che oggi ritrovo in questo essere se stessi davanti allo specchio e nell’essere con gli altri nello stesso specchio. L’individuo, insomma, nel momento in cui si specchia vede l’umanità. E quest’umanità è entrata nel gioco e da lì, piano piano, il mio lavoro si è indirizzato a

mettere l’arte nella condizione di poter interagire attivamente con il contributo di quella molteplicità di persone, nei vari ambiti del sociale, ed esprimere, individuare quei messaggi, che sono importanti, come ricordava anche Massimiliano Gioni, sui quali bisognerebbe ragionare e discutere. Secondo me il messaggio non deve essere

più solo dell’artista o del curatore, ma deve passare dalla relazione tra questi due termini. Io credo che quando non ci sarò più la gente continuerà a guardarsi allo specchio, quindi c’è sempre un modo di essere vivi attraverso un’attività che fa passare i messaggi attraverso gli altri. Sono i messaggi a mantenerci vivi.

Per chi lavora, dunque, il curatore? Per il pubblico, per gli artisti, per se stesso? Per tutti e forse per nessuno. Eppure, paradossalmente, mai la sua presenza nella pratica dell’arte contemporanea è stata tanto forte e percepibile quanto lo è oggi. Questo rapido scambio di opinioni ci dà delle istantanee su un dibattito che forse non può avere

fine né conclusioni, ma che continua inevitabilmente a informare di sé le pratiche di tutti coloro che lavorano nell’arte e con l’arte. E senz’altro a Faenza se ne parlerà ancora, e molto. Arrivederci a presto, quindi…

Pierluigi Sacco è economista dell’arte. Nato a Pescara nel 1964. Vive e lavora tra Padova, Venezia e il mondo.

FUTUREproofYOURlook

Fleur Britten _the times(UK)
Buy skinny pants. No, no — buy wide-legged pants. No, tapered. Or cut-offs. Woah . . . Exhausted by the giddy pace of fashion? Well, so are some of its designers. Eschewing novelty and the all-change attitude of fast fashion is a camp of brands impervious to the vagaries of trends. No pre-collections, resort lines and fortnightly drops for them: these designers resolutely work to their own steady rhythm. “Fast fashion is nothing but a superficial cycle of rehashed ideas,” says Zowie Broach of Boudicca, a proponent of the movement. “True creatives forge a world of their own. A great designer’s work is instantly recognisable — this is ‘slow fashion’.”

While such rebellion might previously have resulted in fashion purdah, under the cloud of economic uncertainty, slow fashion couldn’t feel more current. More and more women are choosing to invest in beautifully crafted, seasonless pieces that can be worn whenever, because — unlike most fashion — they’re built to last. Some designers (shock, horror) have even scaled down to annual collections: the new Lanvin jeans collection, designed in collaboration with Acne, will come out only once a year. Others are making totally seasonless pieces — Kostas Murkudis’s 96 Dresses is a permanent collection of just two dress styles in 96 colourways. “It’s less dogmatic this way,” he says.

Slow fashion, then — isn’t that a bit like non-alcoholic wine: totally pointless? Surely the very premise of fashion is to thrill us with the new. But, as fashion commentators forecast the death of trends — the argument being that there are so many, there are actually none — dressing independently of trends won’t necessarily brand you unfashionable. “The top I’m wearing is from 1995, my skirt is from 2000 and my shoes from 2003,” says Ann Demeulemeester, whose rock-goth designs are also beyond seasons. “You don’t need to change your wardrobe every few months, but that’s what fashion is trying to sell.”

The clothes illustrated here may not shout “this season”, but, equally, nor will they be snigger-inducingly obsolete in six months. You won’t find these clothes on the sale rail because they just sell and sell. Slow-burners work harder for your money than frivolous fashion and allow for a more conscientious kind of consumption. “The same movement that happened with food — slow cooking, artisan produce, small production runs — is filtering through to fashion,” says Kate Fletcher, the author of Sustainable Fashion and Textiles.

Except that slow fashion needn’t even involve new buys: if you’re lucky enough to have old Alaïa numbers or Westwood tailoring, for example, you’ll find that what looked cool five or 10 years ago still looks right now. Perhaps, then, it’s only the fashion fool who chases the latest these days.

All Saints

“We don’t react to collections,” the folk at All Saints say. Instead, inspiration comes from its own archives and vintage markets, and, while there are monthly drops of clothes, a seasonless capsule collection is available all year round. The “transformers” — pieces that can be worn in multiple ways — adapt from one season to the next.

Azzedine Alaïa

Arguably the king of slow fashion, much of Azzedine Alaïa’s collections are carried over each season without ever being sullied by a “sale” sign. He puts on fashion shows and delivers stock only when it suits him. How does he get away with it? Because each item is perfectly, sexily beautiful, superbly cut and crafted, and a thoroughly sensible investment (tell that to your boyfriend).

Didier Ludot

Can we ever tire of the classic LBD? Vintage couture collector Didier Ludot updates his Petite Couture collection of 13 black cocktail dresses annually, though the silhouette and colour — obviously — remain the same. By echoing the spirit and attention to detail of haute couture, these dresses stand a good chance of becoming future heirlooms.

Uniqlo

Fast and slow sit side by side at Japan’s answer to Gap. Many of its designs are available all year round, with subtle colour updates each season,so last year’s purchases will still be relevant next year. The designs are also increasingly unisex, so men can do its womenswear and vice versa, adding to its wearability.

Sykes

A luxurious take on everyday essentials” from Joanna Sykes. Subtitled Beautiful Basics, Sykes is a slouchy yet sexy capsule collection that launched this season at Matches, featuring immaculate low-key separates, inspired by boyfriend dressing, in an easy palette of black, grey, cream, nude and antique gold. With a waiting list for some of its pieces, that’s really slow fashion.

American Apparel

“We don’t do seasons in the way other brands do,” American Apparel claims. There’s always a permanent collection in store that features subtle design and colour changes. The use of metallics and bold colours in its fashionable sports-casualwear ensures that the brand’s clothes are perpetually in the hands of the most cutting-edge stylists.

Ann Demeulemeester

“If fashion goes in a direction that is not my heart, I won’t follow it,” says Ann Demeulemeester. “My designs have to have a reason to be — they must look right for today and tomorrow.” Indispensible to rock-goth chicks, Demeulemeester’s clothes are dark, not depressing — skinny jeans, oversized coats and plenty of black, accented with jewel colours.

Goat

“If you slavishly follow fashion, you run the risk of dressing badly,” says Goat’s founder, Jane Lewis. “You wear things that don’t suit you.” Lewis never designs for design’s sake. “I don’t like overdesign,” she says. Goat aims to provide the ultimate capsule wardrobe in muted tones, with a focus on simplicity, cut and luxury. “Less is more,” says Lewis.

August 2008
Mo Tu We Th Fr Sa Su
« Jul   Oct »
 123
45678910
11121314151617
18192021222324
25262728293031
Webdesign Bugilab
Powered by Mauro Di Cecca